CHI ERA GIOSUE' BORSI

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Biografia di Giosuè Borsi

“La biografia di un uomo, di un letterato, di un poeta può essere considerata come un contenitore di memoria, il più perfetto per stimolare quella parte del cervello che conserva i ricordi del passato, volti, luoghi, vicende, amori, dolori, insomma la vita”.

Conoscere i dettagli sconosciuti della vita di un personaggio famoso è sempre interessante:  GIOSUE’ BORSI,  un uomo la cui esistenza è caratterizzata da    un’ inquietudine dello spirito che lo conduce a trascorrere una vita segnata dalla sofferenza e dalla ricerca continua e costante del senso dell’esistenza dell’uomo.

Nasce a Livorno il 1 giugno 1888, dal giornalista Averardo Borsi e da Verdiana Fabbri, la loro casa bella, ricca e ospitale è uno dei salotti buoni di Livorno, è frequentata da artisti e letterati, tra i quali G. Pascoli e G. Carducci.

La sua ambizione è la composizione poetica, già a dodici anni scrive un sonetto per la prima comunione della sorella e alcuni anni dopo, scrive “Il Capitano Spaventa”, avventure narrate al fratello minore, il quale, in seguito alla prematura scomparsa di Giosuè, fece pervenire la versione definitiva a Luigi Bertelli (Vamba), che ne curò la pubblicazione postuma. Questo romanzo cavalleresco viene riscritto e arricchito da deliziosi disegni pubblicati negli anni’60 anche sul “Corriere dei piccoli”, con enorme successo di piccoli lettori.

A scuola, al liceo ginnasio "Guerrazzi" di Livorno, Giosuè Borsi non trova ciò che cerca: i professori lo deludono, i sistemi pedagogici del tempo non si adattano affatto al suo spirito in fermento, avido di letteratura classica, di tragedia, e soprattutto di Dante, suo Maestro, le cronache lo descrivono insofferente fino al limite dell'indisciplina e per questo severamente punito. E’ avido di conoscenza, frequentatore assiduo di musei, biblioteche, teatri, sale da concerto. Scrive molto, soprattutto poesie. Nel 1905 Le Monnier pubblica "Versi", scritto all'età di 17 anni. Di aspetto “bellissimo” frequenta la palestra dove tira di scherma. Diplomato nel 1905, nel 1907 si iscrive a Giurisprudenza all'Università di Pisa, ma il suo interesse è altrove: nel 1907 pubblica presso Zanichelli il primo volume di poesie, “Primus fons”, recensito dal padre stesso sulla Rivista d'Italia, l'anno seguente. Da Pisa si trasferisce a Roma, conduce vita sregolata, dorme di giorno e vive di notte. All'Università viene bocciato all'esame di diritto amministrativo.  La Giurisprudenza non gli piace affatto, ma il desiderio del padre, che  incalzava per il suo bene lo perseguita. In totale disaccordo e incomprensione reciproca, questi rimprovera al figlio una vita "scioperata" che compromette anche la sua salute, poiché Giosuè passa la notte al tavolino per comporre lavori o scrivere lettere ad amiche e amanti. Giosuè vive in un mondo romantico, di esaltazione, di leggerezza per il raggiungimento di una gloria per il momento lontana, che gli fa perdere di vista la realtà.  Interrompe gli studi nel 1910; il padre, assai deluso e irritato, gli scrive una lettera nella quale, oltre all'amarezza, gli esterna la sua totale mancanza di fiducia.

Il contrasto continuo e costante con il padre aumenta in Giosuè l’inquietudine e l’insicurezza, tanto più che Averardo muore improvvisamente il 23 dicembre 1910; la morte sembra accanirsi sul giovane: il 18 luglio 1912 muore la sorella Laura, nel 1913 il piccolo Dino, figlio illegittimo di Laura, amatissimo dalla famiglia, di cui Giosuè è padrino. Il suo dolore non trova pace, si sposta di qua e di là, frenetico; vive sempre in modo sregolato, tanto che si batte perfino in duello e tenta il suicidio. Riuscirà a laurearsi ad Urbino nel 1913. In tutto questo trambusto interiore si innamora, e  scrive “Lettere a Giulia” che rivelano ormai un'altra persona: Giosuè  a soli 22anni si ritrova direttore di un giornale, eredità paterna, con la grande responsabilità di doversi occupare della famiglia, infastidito da mille problemi,  si trova catapultato semplicemente  nella vita vera, lontano ormai da quel mondo dorato  dove si era crogiolato fino a quel momento.   Lascia la direzione  del giornale, per motivi politici ed economici e si limita a collaborare come critico letterario, artistico e musicale.  Deluso dalle cose del mondo, trova rifugio in quelle spirituali. Ma non cessa di occuparsi di arte e letteratura, anzi, acquisisce notorietà come fine dicitore di Dante, di cui esegue alcune “Lecturae Dantis”  (1913-1915) recitate a memoria con grande successo, interpreta sotto la guida di Ettore Romagnoli, Dioniso nelle “Baccanti” di Euripide, Admeto nell'”Alcesti”, Ulisse nel “Ciclope”, Socrate nelle “Nuvole” di Aristofane.

Tuttavia in questi anni tormentati il percorso evolutivo di Giosuè Borsi è in un'unica direzione: il misticismo ; scrive le Confessioni a Giulia, che termina nel 1913, dando questo nome alla sua donna ideale, sul modello dantesco. L'opera rivela la grandezza di questo poeta, piena di sentimenti, di pathos, di torbidi istinti, e di passioni. Scrive le dieci novelle che formeranno il libro dei “Crisomiti”, le novelle, dedicate a dieci amici fra i più cari. Scrive lettere nelle quali deplora la sua vita passata nella falsità e nella leggerezza; tuttavia rimane  mondano, veste con  eleganza  nascondendo a tutti il tormento spirituale che lo attanaglia. Egli possiede una  mente aperta, intelligenza  acuta e talento a sufficienza per riuscire bene in tutto ciò che fa, recitare, verseggiare, scrivere, commentare, ma non riesce ad eccellere.

Nel 1914 avviene l'incontro  decisivo per la sua esistenza:  Giovanni Alfani delle “Scuole Pie”, è il momento per  rinnegare una volta per tutte quell'esistenza mondana e peccaminosa condotta fino ad ora; il 20 giugno 1915 viene iscritto, come Dante, alla milizia del Terz'Ordine Francescano, nella chiesa delle suore Calasanziane. Egli ha vinto la sua aspra battaglia contro i propri istinti e le proprie passioni, liberandosi  dalla schiavitù delle cose terrene, elabora un "testamento spirituale", riprodotto sul periodico fiorentino Stella Maris.

Il 31 agosto 1915 si arruola volontario insieme con una cinquantina di "scatenati e pieni d'entusiasmo", come scrive alla madre. Le numerosissime lettere che Diana Borsi riceve dal fronte saranno poi raccolte in un volume e date alle stampe postume, come quasi tutte le opere di Giosuè Borsi.

E' sottotenente (poi tenente) della Milizia Territoriale, 125° Reggimento Fanteria “Spezia” schierato in prossimità dell'Isonzo. Gli viene affidato il comando di 24 esploratori, i coraggiosi che tagliano i reticolati e lanciano bombe a mano, si fa un nome come temerario e viene lodato dai superiori.

Tra il 19 e il 20 ottobre invia tantissime lettere, forse ha un presentimento e scrive alla madre “ tutto dunque mi è propizio, tutto mi arride per una morte fausta e bella, il tempo, il luogo, la stagione, l’occasione, l’età. Non potrei meglio coronare la mia vita”.

Il 10 novembre,  il suo battaglione riceve l'ordine dell'assalto alla trincea nemica. Giosuè, al comando del terzo plotone, esce per primo e viene colpito mortalmente, ha solo la forza di dire di dire  "Dio mi ricompenserà, mamma!”, ha solo ventisette anni. Da più narrazioni, alquanto confuse, risulta che il corpo rimase insepolto per qualche giorno, portato poi nel piccolo cimitero militare di Plava, scompare per sempre perché il cimitero venne sconquassato dalla artiglieria, viene trovata, insanguinata, la sua giacca  con le medaglie (aveva già ricevuto la medaglia d'argento), la fotografia della madre e un'edizione della Divina Commedia, cimeli in seguito esposti alla Mostra Interprovinciale del Libro di Livorno, nel 1935. Nel cimitero di Firenze una bella lapide custodisce un sacello vuoto. A Livorno esiste un'associazione culturale a lui intitolata.

Questa la storia, dove finisce la realtà inizia la leggenda e così per Giosuè.

La Leggenda

La madre, signora Diana, si convince che il corpo del Milite ignoto, portato a Roma a rappresentare tutti i soldati caduti in guerra, sia quello del suo Giosuè, perché «lui me l’ha confidato in ispirito e me lo sussurra ogni volta che prego per la sua anima». L’Associazione Culturale “Giosuè Borsi” nelle tradizionali “conferenze di primavera”  affronta il tema: “Il Milite Ignoto: il mito del soldato sconosciuto”. Lo storico Carlo Adorni,  appassionato della storia d’Italia ha spiegato,  nel suo intervento durante la conferenza la storia del Milite Ignoto:  venne scelto tra le salme dei soldati rimasti sconosciuti  e viene individuato nel complesso del Vittoriano a Roma il luogo in cui onorarlo. Undici bare di caduti, tratte dai più noti campi di battaglia, furono trasferite ad Aquileia e lì Maria Bergamas, una delle tante mamme che avevano perso il proprio figlio, scelse quella che doveva rappresentare il Milite Ignoto, da qui la condivisa convinzione che quel corpo appartenga a Giosuè.

Da Aquileia la bara viene portata a Roma in un percorso di 800 km tra cittadini emozionati  che gettano fiori, sei combattenti decorati di Medaglia d’Oro scortano la bara al Vittoriano che da allora prende il nome di “Altare della Patria”. Al passaggio del feretro in tutte le stazioni del percorso la commozione è massima, nessuno parla,  per  il rispetto e il cordoglio per quei giovani eroi.  
Giosuè rappresenta con la sua vita e le sue gesta eroiche la speranza e la forza di tutta la sua generazione che con forza e orgoglio ha creduto nella possibilità di un futuro grandioso per l’Italia.


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